Karibuni Tanzania! - Benvenuti in Tanzania. È il saluto cordiale che abbiamo spesso ricevuto, sia a livello personale che comunitario, durante il viaggio in quella terra africana. Non un viaggio turistico ma doveroso da parte del Direttore del Centro Missionario Diocesano di Cagliari, padre Gian Paolo Uras, e del sottoscritto per visitare i nostri missionari e per renderci conto in quale realtà, alcuni giovani del Seminario regionale, trascorreranno tre mesi. Prima tappa a Mbeya dove, da circa quattro anni, lavora Giada Melis, appartenente all’Ordo Virginum. Il suo impegno maggiore è dare assistenza a bambini portatori di handicap e recuperare i bambini di strada che lasciano, per svariati motivi, le loro famiglie e si avventurano per le strade della città, sopravvivendo di espedienti. A Pawaga, piccolo centro nella savana, abbiamo trascorso alcuni giorni con don Carlo Rotondo, prete Fidei Donum di Cagliari, che offre il suo dinamico ed effervescente servizio pastorale dopo aver trascorso dieci anni in Kenya. Una testimonianza straordinaria con un sacerdote kenyano padre Luka Nyachio Oeri, della Comunità della Consolata. È in questa missione che i Vescovi della Sardegna e l’Equipe del Seminario Regionale hanno inviato quattro seminaristi: Mario della diocesi di Ozieri, Alberto, Michele e Giacomo della diocesi di Cagliari. Durante il terzo anno seminaristico hanno interrotto lo studio nella Facoltà Teologica per vivere un’esperienza pastorale, caritativa e missionaria. Io e padre Gian Paolo siamo partiti cinque giorni prima del loro arrivo: li abbiamo attesi, accolti e affidati nelle mani di don Carlo e padre Luka. Dopo qualche disagio iniziale, in loro hanno avuto il sopravvento l’entusiasmo e il coraggio giovanile. Per avere un’idea più chiara della vita missionaria ho rivolto alcune domande a don Carlo.
Dopo 10 anni trascorsi in Kenya, hai chiesto al vescovo di poter lavorare in Tanzania. Quali motivazioni ti hanno spinto?
Riconosco candidamente che al rientro dal Kenya nel 2024, ho contratto un bene incurabile: il mal d’Africa. Una malattia che non è semplicemente nostalgia d’ambiente e di luoghi ma una dimensione interiore particolare. E devo confessare che non ho fatto nulla per guarire ma ho lasciato che il male si propagasse a tutte le mie dimensioni di vita. Il mal d’Africa è un modo di essere e di vivere; è qualcosa che sei e non hai e possiedi. E se, a tutto questo, aggiungi la fede e vedere Dio in ogni fibra del tuo essere, in ogni relazione interpersonale e in ogni spinta emotiva, allora capisci… che soltanto ritornando in Africa dagli africani ti senti a casa. Ho chiesto a Dio che fosse Lui a dettare i tempi e i modi affinché questo ritorno non fosse un capriccio bensì una missione!
Nell’intervallo tra l’una e l’altra nazione, hai trascorso alcuni anni in Sardegna svolgendo diverse attività pastorali. Quali differenze noti tra la Chiesa sarda e la Tanzaniana?
La Chiesa è una, in Sardegna e in Tanzania. Più che un confronto c’è bisogno di una comunione e collaborazione. La Chiesa sarda può ancora donare aiuti materiali e strutturali ma la Chiesa tanzaniana può dare alla Chiesa sarda qualcosa di straordinariamente prezioso e strategico: la passione per Dio e per la vita! Dio e Vita in Africa sono sinonimi. Lo respiro tutti i giorni in ogni evento e in ogni relazione interpersonale. Nel mondo occidentale e progredito abbiamo permesso di eliminare Dio dalla vita e questo ha spento la luce. In Africa c’è un proverbio bellissimo che dice: Dove c’è amore non scende mai la notte! Ecco cosa c’è in Africa: la luce!
Vivi con un sacerdote africano che guida la parrocchia e tu sei collaboratore. Quale arricchimento culturale e spirituale ricevete reciprocamente?
Credo che il vivere con un sacerdote locale africano ed essere lui il parroco e io il suo vice sia una medaglia di cui volentieri mi onoro. Una sfida meravigliosa, stravinta. Il modo migliore per arricchirci reciprocamente. Non ho mai fatto pesare la mia posizione di vantaggio nemmeno dal punto di vista economico. Semplicemente con-divido ciò che sono, ciò che possiedo e ciò che penso. La gente se n’è accorta e questo vale più di mille prediche! Ho molto da imparare stando con lui e questo mi rende migliore perché ciò che sono vale infinitamente di più di ciò che possiedo. Sarebbe un onore immenso avere in me un cuore nero! Vivere con lui mi permette di poterlo avere.
Seguendo la proposta dei vescovi e dell’equipe del Seminario di far interrompere ai seminaristi il corso accademico, tu ne accoglierai quattro per vivere un’esperienza in missione ad gentes per tre mesi. È un compito impegnativo. Come lo proporrai?
Ho un unico obiettivo che è frutto di condivisione e non di studio: far capire ai seminaristi che Missione non è un incarico o un servizio particolare per pochi eletti o, nel mio caso, per pochi malati di mal d’Africa. Missione è uno stile, un modo di essere e di vivere il sacerdozio. Per questo spero tantissimo che la dimensione missionaria diventi il bagaglio interiore che si riporteranno in Italia. Non mi preoccuperò perciò di fare tante cose ma cercherò di offrire loro l’opportunità affinché l’Africa con tutte le sue sfaccettature esistenziali entri nel loro cuore, scorra nelle loro vene e trabocchi nelle loro scelte e si riassumi nel più alto gesto che l’Africa potrà insegnare: sorridere! Perché il sorriso è la più bella predica di un prete!
di Mons. Mario Cuscusa
(dal numero 9/2026 de L'Arborense)